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IL COACHING PER LA TERZA ETA'

In quest’ultimo secolo abbiamo assistito ad un gran numero di rivoluzioni: sociali, geografiche, linguistiche e soprattutto tecnologiche.

Da un punto di vista prettamente biologico la trasformazione in atto ci mette di fronte ad un’aspettativa di vita cresciuta di oltretrent’anni.


I dati Istat evidenziano che la vita media degli uomini è salita da 76,4 anni del 2001, a 79,1 anni nel 2010, e che arriverà a 81,4 anni nel 2031.

Quella delle donne è passata da 82,7, a 84,3 e raggiungerà 88,1 nel 2031. Anni in più a disposizione che non possono essere considerati un elemento marginale o accostati al tema delle patologie ma che rappresentano a tutti gli effetti un nuovo paradigma: il terzo atto della vita.

Nella descrizione comune che siamo abituati a fare dell’ ”arco della vita”, descriviamo un primo atto in cui veniamo al mondo, un picco a metà della nostra vita e un successivo declino, che termina con la nostra morte.

La psicologia, da tempo, ha perfezionato il concetto parlando di “ciclo di vita” e proponendo il concetto di terza età, ma un nuovo paradigma ha la volontà di rappresentare la vita stessa come una linea retta, in continua ascesa, caratterizzata da un potenziale, da considerare e utilizzare in ogni momento, compreso il terzo atto.

Se però è più chiaro e conosciuto il potenziale dei due primi segmenti, quello delle vita giovane e di quella adulta, meno conosciuto è il potenziale della terza età.

Lo stereotipo comune, sostenuto dalla componente linguistica, ha fatto sì che la terza età sia associata all’immagine del “ritiro dal lavoro”, allo “status di nonno”, al riposo e meno al concetto di performance, pertanto il terzo atto della vita si trova di fronte alla necessità di interpretare e rendere operativo il proprio potenziale.

La difficoltà maggiore scaturisce dalla seguente domanda: come usare questo tempo?
Come vivere questa vita in maniera soddisfacente?


La biologia resta un elemento a disposizione ma talvolta fatica a incontrare la motivazione, non tanto quella estrinseca fatta di stimoli provenienti dal mondo circostante, quanto più quella intrinseca. Subentra la paura dell’invecchiamento, il senso della perdita, la mancanza di una vita piena e non si riconosce il potenziale della vita ancora da vivere.

Detto con maggior sinteticità: fatichiamo a interpretare questa nuova età futura.

Come le precedenti età, la futura età, la conosciamo solo quando la viviamo, e ha aspetti tutti nuovi e le credenze che ci accompagnano ci tornano in mente attraverso i proverbi: “mai lasciare la strada vecchia per la nuova”. Così spesso preferiamo rifugiarci nel comfort di qualcosa di acquisito e conosciuto che sperimentare ed apprendere qualcosa che ancora non conosciamo. Così quasi in maniera naturale il terzo atto della vita diventa “comfort-evole”, dunque meno stimolante, meno motivante, più triste.

C’è dunque un problema di stimoli, di necessità di interpretare in maniera differente la quotidianità, di ricerca di elementi di apprendimento e il coaching è in grado di offrire tutto ciò. Il lavoro del coach è indirizzato a far emergere “l’offerta che sei per il mondo” partecipando attivamente a costruire una nuova identità sociale.

IL COACHING PER LA TERZA ETA’:
Le capacità di apprendimento sono solo in minima parte delle abilità innate e normalmente si esprimono in ciascuno di noi al di sotto delle nostre reali potenzialità. Questo perché restiamo per lo più ancorati ad abitudini disfunzionali acquisite nel tempo, credenze limitanti, o a scarsa autoconsapevolezza.

Le potenzialità possono riemergere quando si ricevono degli stimoli appropriati. Diverse ricerche dimostrano che le capacità biologiche del nostro cervello di cambiare e di adattarsi agli stimoli esterni non regrediscono ma si mantengono inalterate nel tempo. Quindi si tratta di capire “come” attivarle.
La ”potenza” del coaching ontologico si deve proprio alla capacità di attivare, attraverso il linguaggio, nuove potenziali forme di apprendimento.

Il limite dei coachee e dunque anche dei coachee della terza età è rappresentato dalla possibilità di esplorare nuove situazioni e di allontanarsi dalla monotona replica dei comportamenti quotidiani.
Per molti aspetti Heidegger anticipava, nei suoi scritti, la facoltà data ad ognuno di poter cambiare, in qualsiasi momento della propria vita, e il coaching ontologico, rispolverando tale importante contenuto, sprona a non attendere date di calendario per intraprendere le azioni di cambiamento e di non avvalersi di alibi e scappatoie, intraprendendo il percorso di abbandono della propria zona di comfort.

Assodata la volontà del coachee di volersi riferire al coaching per raggiungere dei risultati il primo importante passo verso
il cambiamento è definire una meta, tratteggiare una vision, esplicitare uno stato ideale a cui tendere.

Il coach ha il compito di traghettare il coachee dallo stato attuale allo stato ideale, attraverso lo strumento delle domande.

Nell’esperienza attuale, il coaching per la terza età incontra il suo limite più grande proprio nelle difficoltà dei coachee di definire una visione, di tratteggiare un percorso.

Una volta definito rimangono i limiti della volontà di perseguirlo che talvolta si accostano agli alibi più diffusi, ma in generale i coachee della terza età sono costanti, metodici e vincenti.