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Iperconnessione: condivido, quindi sono

Le nostre vite sono divise, spaccate, tra due universi: l'universo online e l'universo offline. E questi due universi sono mondi regolati e disciplinati da regole estremamente diverse.                         (Zygmunt Bauman)

La sindrome da iperconessione viene definita come una costante necessità di rimanere connessi alla rete e, nel caso in cui non venga soddisfatto questo bisogno si incorre in un forte stato di ansia; la sua declinazione riguardo ai soli telefoni cellulari prende il nome di nomofobia, letteralmente «senza telefono cellulare». Alla base di questa sindrome si trova la paura di non condividere qualche avvenimento importante e non avere il controllo su ciò che accade nella propria rete sociale. Questa sindrome ha posato le sue radici sulla ragnatela che i fili invisibili di internet compongono e si nutre del bisogno di non sentirsi soli, trascurati o dimenticati. L'iperconnessione si caratterizza dal vivere una vita sempre online, che, riprendendo le parole di Bauman, rimane più semplice e più accattivante rispetto a quella offline: consente, difatti, di creare più facilmente legami e ancor più facilmente di spezzarli.

Certo è che i media di cui disponiamo oggi, tra cui mail, social network e applicazioni di messaggistica istantanea, hanno consentito la rapida diffusione di questa sindrome grazie alla loro capacità di veicolare messaggi in maniera efficace, veloce e senza costo: «internet permette delle conversazioni tra esseri umani che erano semplicemente impossibili nell'era dei mass media» (Manifesto Clu-trains 1999). Se questi strumenti in alcuni casi affiancano la comunicazione, potenziando le effettive possibilità fisiche e temporali umane, rendendola più snella e svelta, in altri vanno a sostituirsi alle conversazioni della vita reale, quelle vis-a-vis che ci differenziano dagli animali.

I rischi che emergono, riguardo all'abuso degli strumenti tecnologici, consistono in un'assidua presenza nel mondo online, una connessione costante e continua che determina la tipologia di stress che più è presente nell'epoca in cui viviamo: lo stress digitale o tecnostress. Siamo, infatti, letteralmente bombardati da una pioggia di informazioni da computer, cellulari, tablet ecc... La crescita esponenziale dell'iperconessione è esorbitante: nel 2006 venivano inviate 31 miliardi di mail al giorno, mentre oggi siamo arrivati a 200 miliardi. Anche nell'ipotesi in cui una persona desiderasse coltivare la sua vita offline, con l'arrivo di una quantità così alta di messaggi, senza tener conto delle notifiche relative alla messaggistica istantanea e dei social network, il tempo che rimane a disposizione non è poi molto. Oltre all'appannamento delle relazioni, sia duali che di gruppo, sono anche emerse disfunzioni a carattere fisiologico, come la perdita di sonno, e a carattere cognitivo, come la perdita di concentrazione e di creatività.

Come fare per riappropriarci di quello che l'era digitale ci sta togliendo tra ore di sonno, idee brillanti e conversazioni reali? In Francia per esempio, dal primo gennaio dello scorso anno, è entrata in vigore una legge che tutela il diritto alla disconnessione; ma laddove non vi è nessuna tutela legislativa è tutto nelle nostre mani. Sta a noi riappropriarci del nostro tempo e decidere di staccare la spina: scegliere di uscire a prendere un caffè con quell'amico anziché inviargli una nota audio per sapere come sta, fare una passeggiata all'aria aperta per stimolare di nuovo la nostra creatività, leggere un buon libro prima di dormire tenendo spenti i suoni penetranti e i colori abbaglianti che ben rappresentano la nostra società iperconnessa.

Condivido, quindi sono. Riportiamo la formula nella sua forma originale: penso, quindi sono. Il pensare insieme al comunicare sono i tratti distintivi della specie umana; non permettiamo che tanto progresso ci porti alla regressione.