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Storie di coaching: Capitano o Allenatore

“Un allenatore è qualcuno che ti dice quello che non vuoi sentire, ti fa vedere quello che non vuoi vedere, in modo che tu possa essere quello che hai sempre saputo di poter diventare.” 
Tom Landry 


Uno dei grandi passi di una carriera professionale è quello legato alla gestione di persone e di progetti. Non è un automatismo ma spesso il processo organizzativo prevede che più si sale in alto e più si è responsabili appunto di persone e di progetti. I professionisti le cui carriere sono improntate alla crescita verticale, ossia apprendimento progressivo di tecnicità, non sempre hanno modo di sviluppare gli allenamenti necessari per poter gestire le attività di cui sopra. Insomma, a dirla calcisticamente, nel mondo del lavoro pare mancare una vera e propria “Coverciano”, utile a formare i nuovi gestori.

Allenati a “fare”, i professionisti tecnici continuano a operare questo tipo di stile anche nel momento in cui la carriera professionale chiede loro di “far fare”, ovvero trasferire ad altri quel fare quotidiano che hanno appreso ma da cui non vogliono/ possono/riescono a staccarsi.

La metafora che uso per far comprendere questo “salto quantico” è quella tra le figure di capitano/giocatore e allenatore. Il primo gioca, il secondo gestisce. Accettando il ruolo di allenatore accettiamo di lasciare la maglia da giocatore e anche quella “fascia di rappresentanza”, portata con orgoglio e onore al braccio, ma oggi al braccio di qualcun altro.

L’allenatore moderno nella mia metafora è racchiuso in un’area tecnica metricamente più ridotta rispetto allo spazio del giocatore. Il mio allenatore vive di strategie e visioni e non di impulsi e azioni. Il mio allenatore decide ed è responsabile della decisione.

Il percorso di consapevolezza per diventare allenatore è un percorso che comprende l’osservazione della realtà in maniera differente. La visione dei giocatori che operano, fanno, agiscono, è una visione che da coach.

Come si fa a lasciare nelle mani di altri quel prezioso gesto tecnico che sappiamo fare con precisione, cura ed efficacia? Come si fa a consentire ai propri giocatori di sbagliare, di imparare, di perfezionarsi investendo più tempo di quello che il coach impiegherebbe?

Sono domande importanti che ascolto con attenzione, a cui non do risposte. L’azienda ti ringrazia di essere stato un ottimo giocatore ma oggi non ha più bisogno di te in quel ruolo. Ti offre di ricoprire un ruolo nuovo. I coachee in allenamento soffrono questo passaggio. Soffrono il non poter dimostrare quanto fanno bene (anzi meglio) le cose dei loro giocatori. Superano in continuazione lo spazio di loro competenza invadendo gli spazi dei giocatori. Sfogano emozioni di rabbia e valutano le performance. Diventano pesanti, irritati, inutilmente controllori.

Vestire la maglia del coach richiede “la consapevolezza del capello bianco”, la capacità di specchiarsi senza paura, la felicità di allenare e veder progredire i propri giocatori.

Vestire la maglia del coach richiede due passi indietro. Il primo lo devi al professionista a cui lasci il tuo posto. Il secondo lo devi a te stesso, ed è celebrativo, perché spostandoti ancora più indietro avrai facoltà di osservare ancora meglio, quanto hai saputo costruire.