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21 giorni per imparare a leggere gli occhi

Allerta maschierine: potremmo abituarci ad un distanziamento personale.

Siamo reclusi da un po’. Qualcuno da un mese, altri come me addirittura da fine febbraio. Abbiamo perso le nostre abitudini, quelle che ci facevano stare bene e arricchivano il nostro quotidiano comfort. Il caffè al bar la mattina, le relazioni in ufficio, per qualcuno la mensa, per altri l’aperitivo del fine giornata. Abbiamo fatto fatica a lasciarle e ad abituarci ad altre nuove abitudini. I primi giorni sono stati terribili. La mente mi riproponeva in maniera precisa e costante il desiderio del caffè alle 8,00 del mattino. E io che commentavo: dannata memoria! E allora mi viene da chiedermi. Ma quanto tempo serve per formare una abitudine? Nel 1960 un chirurgo plastico Maltz osservò che i nostri neuroni non sono capaci del tutto di assimilare un nuovo comportamento. Serve del tempo. Secondo le sue osservazioni servono all’incirca 21 giorni. Altri studi più recenti relativi alla plasticità cerebrale affermano che la trasformazione di un’azione in abitudine e
il suo mantenimento richiedono 66 giorni. Insomma se ci pensate nemmeno tanto. Dopo uno massimo due mesi le persone si abituano. 

La mia riflessione però vuole andare un po’ oltre. Vorrei provare a legare questi studi all’uso dei dispositivi di protezione individuale con i quali stiamo prendendo confidenza in questo periodo. I primi giorni di clausura quando dovevo uscire per forza di casa per fare la spesa o recarmi in ufficio dovevo pensare con attenzione alle “nuove protesi” che dovevo indossare per non dimenticarle. Oggi il kit covid-19 è sempre disponibile, disposto sul sedile a fianco al posto guida. La mascherina: quanto la odio. Non è un odio verso un dispositivo imposto ma l’impossibilità di godere di quello per cui vivo la mia vita ovvero riconoscere stati d’animo, condividere espressioni, partecipare empaticamente agli accadimenti. Abituandoci ad indossare le mascherina perdiamo parte della nostra capacità di riconoscimento sociale e perdiamo parte della nostra comunicazione non verbale. I tratti del viso inferiore che partecipano a creare alcune espressioni, rischiano di perdersi. Abbiamo sostenuto tutti, tecnici, esperti, addetti ai lavori che i sorrisi si riconoscono anche dagli occhi ma la completezza del volto è davvero altra cosa. Ci alleniamo a farci andare bene alcune cose per necessità e il cervello nella sua plasticità si adatta. Ma cosa rischiamo? Igor Sibaldi, scrittore, attento cultore degli aspetti linguistici, ammonisce di stare attenti. Rischiamo una progressiva chiusura delle relazioni. Il cambiamento inevitabile delle distanze tra i corpi, la copertura di parte del viso nonché la compromessa possibilità di riconoscimento olfattivo espongono all’esclusivo utilizzo del canale visivo. Il gusto personalmente lo consideravo già condizionato da tempo, nonostante gli sforzi di recupero di questi ultimi anni. Ci rimangono solo gli occhi per comunicare! Detto da un cinestetico che ama interagire con i diversi canali a disposizione è davvero un nuovo allenamento. Il digital ha il compito arduo di provare a compensare queste mancanze, a riabilitare alcune funzioni anche se solo virtualmente. 

Che possiamo fare? Tutto fuorchè arrenderci! Intanto essere consapevoli di quello che accade e non dare per scontate alcune trasformazioni. Inoltre chiederci quali situazioni consentono di abilitare quali conversazioni. Potremmo abituarci a al distanziamentopersonale e forse questo sarebbe un passo indietro nella nostra evoluzione.