COACHING & COVID
Siamo nel bel mezzo di quella fase in cui ci auguriamo tutti (spero!) che le cose vadano meglio. Effettivamente è così nonostante i contagi da variante Delta. Girandosi indietro però, oltre al gran numero di perdite subite, continua ad aumentare il numero di persone che nonostante il passare del tempo lamenta una sintomatologia post traumatica denominata “Long Covid”.



Emicrania, stanchezza, disturbi del sonno, ansia, stress, per arrivare a quelli più gravi di tipo neurologico, respiratorio, dermatologico… Il coaching, nel suo essere un modello centrato su una partnership coach/cliente, non è immune dalla possibilità di può incontrare tali situazioni. I clienti portano in sessione il peso di questo lungo trascorso pandemico e i colleghi da qualche mese a questa parte iniziano a segnalare alcune casistiche riconducibili specificatamente al contesto Covid. Che cosa fare? Come intervenire? Quale relazione tra coaching e Covid? Da un punto di vista etico ogni coach dovrebbe ricordare l’importanza di riconoscere i propri limiti di esercizio invitando il cliente a rivolgersi ad altri professionisti per un supporto specialistico, in tutte quelle situazioni riconosciute come non “coachabili”, tuttavia in molti casi il cliente non necessita di supporto medico o psicologico quanto più di confronto relazionale.

La “presenza del coach” diventa pertanto un elemento intriso con l’ascolto, carico di condivisione e empatia. Si ascolta per ascoltare la fatica, la disperazione, la sensazione di non essere più quelli di prima, lo smarrimento e si stimola la propositività per affrontare il nuovo, per programmare il futuro, per costruire una nuova visione.

“Il nostro cervello se l’è vista brutta”, mi ha detto recentemente un cliente, indicando esattamente il lavoro neuroscientifico che molti cervelli stanno facendo: ha visto, ha comparato, ha prodotto risultanza, dimostrando ciò che sostiene Herminio Nevarez: la vista è una funzione dell’occhio, la visione è una funzione del cuore. I nostri occhi hanno visto una progressiva chiusura sociale e relazionale e i nostri cuori hanno smesso di produrre visioni per il futuro.

Naturalmente non per tutti e fortunamente non in assoluto. Non si tratta dunque di ripartire come molti superficialmente affermano, quanto più di lavorare sulla costruzione di una visione personale, sociale, organizzativa, imprenditoriale nuova. Il rischio è che in situazione come queste, superato l’ostacolo maggiore, ci si butti a capofitto sulle azioni, sul tentativo di recuperare il tempo perduto; così facendo aumenta lo stress, il disorientamento, i fenomeni ansiogeni da recupero di performance. Necessitiamo di una visione che orienti il nostro futuro dal quale derivare dichiarazioni di impegno e successive azioni. I nostri cervelli hanno bisogni di vedere per rimettere in moto le nostre passioni del cuore. Il coaching in tale circostanza si presta ad essere è uno strumento potente, in grado di supportare ispirare e accompagnare tali “avventure di cambiamento”. In qualità di coach abbiamo davanti a noi sfide importanti per dimostrare la valenza della metodologia e il supporto trasformativo che possiamo offrire. Siamo in grado di domare “l’execution first” per difendere il valore della vision. E allora come si costruisce una visione? Come si esce dalla letargia dello scoramento. Guardando al supporto offerto dalle neuroscienze servono “dichiarazioni”, atti linguistici in grado di creare quella relazione tra la visione mentale e il contesto attraverso l’ausilio del linguaggio. Servono prese di posizione con noi stessi. In questo il coaching può essere d’aiuto. Ma credo ci sia anche molto di più. Serve abbandonare ciò che non serve. Quegli atteggiamenti, sentimenti e modi di intendere la nostra energia che non ci sono più di aiuto. In inglese si usa dire che servono nuovi “driver”. Una nuova visione diventa così ispiratrice di disciplina, di impegni con sé stessi orientati verso una crescita.

Peter Senge offre 3 punti per il lavoro personale: Concentrarsi sui segnali: concetto di sincronicità (quando incontriamo la nostra vera visione l’universo si allinea)Aumentare la consapevolezza di sé, rivisitare costantemente le proprie limitazioni, credenze, resistenze, impegnarci con il nostro sviluppo personale. Cercare l’autenticità: quello che è importante per me, coerente con i miei principi

Basterà? Il poeta Antonio Machado scriveva: Caminante, no hay camino, se hace camino al andar (Viaggiatore non c’è cammino, il cammino si fa camminando).

Buon futuro!